Piove

2008-11-01

Piove, qui a Madrid.
Il cielo è di granito, pesantissimo, impenetrabile.
Ieri sera ho lavorato, ma non ho voglia di parlarne. E’ stato un lavoro scialbo, con un cliente scialbo, in un posto scialbo. Scialbo è una di quelle parole che quando le pronunci, quando ne risenti il suono nelle orecchie, ti rende l’idea. Scialbo.
Tornata a casa, ho speso qualche ora al computer, fino alle quattro del mattino.
Provavo a scrivere, ma non ci riuscivo. Provavo a navigare, a chattare, a parlare con qualche amica su Skype, a gironzolare in rete.
A volte mi spaventa, la rete.
Non sono una catastrofista, una di quelle che dice che internet ci fa diventare più soli. Anzi, credo il contrario. Internet è uno strumento di comunicazione, e come ogni strumento, dai segnali di fumo, al telegrafo, al telefono, alla televisione, le persone le avvicina, non le allontana. Ciò non toglie che quando un mezzo diventa anche un media, un intrattenitore, allora bisogna saperlo prendere a piccole dosi.
Una mia zia era malata di televisione. Letteralmente. Passava dieci ore al giorno a guardare la TV, e a volte non faceva in tempo a sistemare le sue cose, a lavare i panni, a preparare da mangiare. Era una larva.
Ma la colpa non è della televisione. E’ la vita, che ci porta a dire: chiudo gli occhi, e mi immergo in questo mondo finto e perfetto, oppure li tengo bene aperti, e scopro quanto è profonda la tana del Bianconiglio (si, è Matrix).
Beh, non è facile tenerli aperti. Non è facile esporsi alle intemperie, avere la forza di resistere, di tuffarsi nelle acque gelide, di lottare, di soffrire.
E con questa pioggia, questo freddo così terrificante, me ne rimango dentro casa, al calduccio, sola, mentre “dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”.

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